Racconti di gioventu – quinta parte (mandata da Ulisse

La mamma di Ulisse e il “sesso” di Ulisse

Questo capitolo si potrebbe anche intitolare La mamma di Ulisse e il sesso di Ulisse. Devo spiegare. Nel nominare il mio membro è necessario che io cambi, alterni il nome dello strumento del nostro, di noi maschi, piacere. Qui intendo fare una esposizione dei vari momenti in cui mia madre, la mia mamma, ha avuto a che fare con lui. Dovessi dire, scrivere tutto ci passerei sopra la notte e potrei finire con l’essere noioso. Perché il rapporto tra il mio “sesso” e il suo, cioè la vagina o se preferite la “fica” (bella, con il pelo nerissimo, non sformata dai rapporti piuttosto numerosi che aveva avuto fino allora e fino ai 45 anni quando avemmo l’ultimo amplesso), è stato assolutamente monotono. Le modalità della penetrazione erano in assoluta prevalenza faccia a faccia, occhi negli occhi. L’amplesso era fatto dal godimento del suo bellissimo corpo; prolungato, estenuante di piacere.

I miei amici sfacciatamente mi chiedevano, un po’ per scherzo, un po’ sul serio, l’autorizzazione a pensare a lei nella masturbazione. Certo la notte, fin da quando lei capì che ero “maturo” cioè pubere, io dormivo appoggiato al suo altrettanto bello fondoschiena. D’inverno protestava se non le andavo addosso per scaldarla, evitando il “canalone” (come diceva lei; cioè il vuoto tra me e lei nel letto con  il passaggio dell’aria). Allora a 14-15 anni non potevo capire: era una questione di sesso.

La segretaria del mio liceo appena diventata la mia amante (ma durò poco; con lei niente senza profilattico; litigammo, aveva 10 anni più di me; pensai poi che mi stesse tendendo una trappola) mi disse che mia madre mi aveva violentato! In effetti l’attenzione di mia madre verso il mio “sesso” dopo un paio d’anni che fui pubere fu chiara. I suoi incontri “personali” con lui sono per me ricordi indelebili. Eppure non era una donna sfrenata, una vogliosa senza vergogna. Diceva che io potevo godere del suo seno, dei suoi baci, qualche volta molto spinti, perché a me era mancato il suo affetto per tanti anni, prima della ricongiunzione. Mi doveva molti “piconi”, cioè le “coccole” in dialetto cremonese, ma io le premevo contro il membro sempre più grosso con il tempo; e poi spesso le stavo sopra o quasi sopra e immancabilmente arrivava l’orgasmo. E poi nel letto c’erano i supplementi di sesso pomeridiani se mio padre non veniva. Lei lo sentiva quando diventava duro come la pietra; mai mi avesse detto di ritirarmi. Mi ritiravo dopo l’orgasmo. E poi le sue nudità, il suo sesso peloso che vedevo e che mi faceva impazzire. In maniera sorniona aveva imparato a conoscere tutte le mie fattezze. Secondo me le mie partite di calcio lei le aspettava. Stanchissimo andavo a letto e cadevo in un sonno profondo; mi sarei svegliato solo con un secchio d’acqua in faccia oppure con una eiaculazione come capita ai ragazzi. Quelli erano i momenti, i suoi momenti per conoscermi con comodo: accendeva l’abatjour, luce bassa, mi scopriva e mi guardava dentro il pigiama che portavo aperto davanti; ma andava oltre. Quando arrivava la polluzione faceva in modo che io facessi dentro il pigiama e spegneva la luce.

Presentissima nel letto e nei sogni perché in tutta la mia vita i sogni erotici, tranne una volta (ma all’interessata non l’ho mai detto) la vedevano protagonista. Un po’ più grande gliele ho restituite le visite tirandole su la camicia da notte e abbassando il pigiama. Lo vedeva spesso il mio membro (“pene” non mi piace, “membro” l’ho imparato da una signora); lo chiamava “il tuo….”, mentre il preservativo lo chiamava “il…….”(lo metti “il……”?). A sedici/diciassette anni alla base del membro mi si erano fatte delle piccole cisti bianche, due o tre, che poi si infiammarono e scoppiarono, senza danno; solo un po’ di fastidio. Una di queste piccole cistine si era formata alla metà dell’asta. Grande poco meno di un piccolo chicco di riso, non andava via e si incistò. Divenne un affarino nero, duro. Lo sapevo solo io….e mia madre. Da fuori lo si poteva vedere solo con l’erezione uscito dal pigiama. Era vero allora, la notte mi esplorava, non certo per premure materne; c’era ben altro e quella faccenda l’aveva scoperta accendendo la luce. Aveva la fissazione dei puntini neri che cercava in continuazione sul mio viso, sulle spalle. Quando si avvicinava per fare pulizia non aveva scampo. La mano andava subito in mezzo alle cosce, risalendo fino alle mutandine,  poco alla volta. Lei mi toglieva la mano e io ce la rimettevo. La notte a letto non potevo farlo perché si toglieva le mutandine e non me lo avrebbe permesso. Ma se mi svegliavo….Quindi questo cistino nero bisognava toglierlo. Dovevo, secondo lei, accendere una candela, passarci sopra un ago e fare l’operazione. Guardandola fissa in viso e sfacciatamente, ma il cuore mi batteva forte, le dissi di farmela lei l’operazione. Era una cosa molto delicata soprattutto perché risultava che lei mi aveva esplorato nel sonno e che io la sospettavo di questo e di ben altro. Rispose comunque, tutta seria:” ne parliamo con il babbo quando viene”. Ma la cosa non andò avanti; dopo qualche tempo l’affarino si infiammò e scomparve; non ne parlammo più.

A Ostia, al mare in cabina per la prima volta presi l’iniziativa di farmi vedere in erezione; mi guardò tenendo per qualche momento lo sguardo sul mio sesso; temetti una reazione, uno schiaffo. Non disse nulla e uscimmo dalla cabina. Questo mi incoraggiò; il suo silenzio mi aveva colpito. Adesso ero io che facevo le visite notturne. Le avevo fatto nella nuova casa quella specie di ricatto in merito al suo violento amplesso incestuoso con il fratello; ero andato più volte a baciarle e a leccarle la vagina; sul letto, fuori del letto, mi toglievo gli slip mostrandole il membro eretto quando lei girava per casa prima di andare a letto e veniva anche da me; giocando a carte tiravo fuori il mio “asso di bastoni” in più. Poi ci furono i rifiuti quando io le chiesi esplicitamente di stare con me nel letto. Poi cedette, come era naturale; mi ci aveva portato lei a quell’atto così importante, c’era di mezzo la sua e la mia vita. Anche se ero suo figlio nel 1957 ero un giovane uomo la cui sessualità lei stessa aveva acceso pensando in cuor suo di poterne godere. Dopo che mia cugina con il bambino in braccio se ne fu andata, eravamo alla metà circa di giugno, lo ricordo bene perché faceva giorno presto e il pomeriggio si confondeva con la notte, cenammo in pochi minuti e ci preparammo per la nostra prima vera battaglia di Venere (l’altra era quasi dimenticata perché la penetrazione era stata da dietro, pochi minuti, e non c ‘era stato altro). Quella notte a dominare il campo furono le cosce di mia madre; con il viso ci stetti sopra per delle ore. Lei mi diede una infinità di baci e io la baciai a mia volta con un sentimento tenero di gratitudine. Non avevo ancora 19 anni.

Dopo qualche settimana, intorno a Ferragosto, dopo pranzo andammo a prendere il fresco in un giardino pubblico. Io però non stavo bene, non avevo digerito la pastasciutta. Tornammo a casa; mi fece una limonata. Da quello che ho saputo non molto tempo fa il limone sarebbe un discreto afrodisiaco; questa potrebbe essere una spiegazione per quanto accadde dopo. Rimasi in pantaloni e canottiera. Un po’ alla volta il giramento di testa mi passò. Andai in camera da letto dove mamma era andata a coricarsi; tirai giù le tapparelle; mi spogliai; la spogliai e volli fare sesso con lei senza il profilattico. Quasi piangendo mi prese in mano il mio sesso implorandomi di rientrare in me. Lo facemmo, mi addormentai e lo rifacemmo la notte che venne.

Ringraziamo ad ULISSE per averci mandato la sua storia!

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    Racconti di gioventu – quarta parte (mandata da Ulisse)

    I DUE STALLONI DELLA CASA DI ULISSE  – Parte seconda

    Ma il fratello-stallone le era piaciuto troppo. Le due sorelle lo amavano; i corteggiatori sparivano quando lui arrivava in licenza. Mi ricordo le visite che lei e la sorella facevano la mattina al fratello, ripeto, bellissimo; ci sono le fotografie (nessun attore di Hollywood gli può essere messo vicino), come se ne vedono pochissimi. Lui ne bloccava una in camera, l’altra se ne andava; quella mattina non toccava a lei. Una mattina toccò a mia madre. Stettero in camera fino all’ora di pranzo. Un pomeriggio, mentre dormivo al piano di sopra della grande casa nel mio letto vicino a quello della nonna, che non c’era, fui svegliato dai gemiti che venivano dalla camera dove c’era il lettone. Mi alzai, scalzo, per andare a vedere e mi trovai davanti ad una spasmodica, violenta, scena d’amplesso: c’era una donna appoggiata alla sponda del letto, piegata in due, nuda; dietro, anche questo senza nulla indosso (notai la catenina al collo), che le stava spingendo contro qualcosa. Erano il fratello-stallone e quella che io dovevo chiamare “zia”, vale a dire mia madre. Capii benissimo quello che stava avvenendo; il membro virile, che purtroppo vidi, era qualcosa di grande e possente, non orizzontale, ma diritto verso l’alto, troppo grande. Uno spettacolo turpe ai miei occhi, ma certo non voluto; non sapevano evidentemente della mia presenza. A dire il vero io ero un po’ più modesto nella mia gioventù più ardente; lui in tutto il corpo aveva veramente le dimensioni dello stallone e mia madre della puledrina che gemeva sotto i suoi colpi. Mi videro; spaventato, raccolsi i sandaletti e fuggii.

    Quando vado da una delle mia figlie e metto i sandaletti ad uno dei miei adorati nipoti immancabilmente mi vengono in mente “quei” sandaletti. La sera la “zia” mi fece stare con lei nel letto, mi fece promettere che non avrei detto niente a nessuno di quello che avevo visto e mi consentì di starle sopra e di frugarle il seno; ma io ero troppo sconvolto e andai a dormire nel mio letto. Ripensandoci in seguito, ancora adesso, posso dire che facevano l’amore senza protezione, a meno che mia madre seguisse regole di calendario, quella volta imprecise. Ma forse non ci faceva caso; l’amore le faceva dimenticare il pericolo. Fu così anche con me e, credo, con altri, a cominciare da mio padre nel marzo del 1938 (l’anniversario del loro primo amplesso)….meglio così, altrimenti non sarei nato. E poi i preservativi…se non ci pensa la donna in quei momenti, naturalmente quella che ti piace, che desideri irrresistibilmente.

    La mia fidanzata era andata ad acquistare un completo di lingerie (così si dice adesso, ma ai miei tempi si diceva reggipetto, mutandine, reggicalze, pagliaccetto) in un negozio davanti alla chiesa di San Lorenzo in Lucina. Un negozio molto demografico….Mi pare che non ci sia più. Ci avevo mandato altre donne. Lì faceva acquisti mia madre e ci portava la sorella, e un paio di volte l,’accompagnai io stesso con lo sconcerto della titolare che non sapeva come rivolgersi a me ed era lontana dal pensare che io ero il figlio. La sera, lei e mia zia si provavano quei capi così provocanti davanti a me nel lettone, mirandosi al grande specchio dell’armadio, chiedendomi semplicemente di non guardare. Figuriamoci; avevo un a erezione da far paura; fu l’inizio della mia iniziazione. Mia nonna diceva che le sue figlie indossavano indumenti intimi da “donne di mondo”, vale a dire prostitute d’alto bordo. Delle due io di gran lunga giudicavo più attraente mia madre e dall’ora la passione per lei aumentò, divampò, divenne dominante nella mia vita.

    A seguito dell’acquisto in quella bottega di donne dovetti sposare in gran fretta la mia fidanzata, vergine quando la conobbi, la prima che incontrai.  Quando mia madre nella nuova casetta in  periferia respingeva l’incesto le ricordai l’episodio con il fratello-stallone del lontano 1945. Mia madre mi disse, seduta accanto a me sdraiato nel lettone: “mi ricatti?”; risposi mentendo di no, e lei:”bello lui che conosce il peccato della sua mamma”. Ma poi finalmente vinse la femmina, venne nel mio letto, e vennero i giorni più belli della mia vita. Fu lei una notte di giugno del 1957 a raggiungermi, in sottoveste e mutandine, senza reggiseno, nel letto matrimoniale; guardandomi dritto negli occhi (anche questi le piacevano), spostò il lenzuolo e si sdraiò accanto a me. La baciai sulla bocca e le tolsi le mutandine; mi sembrava di vivere un sogno! Nudi, dormimmo molto poco; il seno, le cosce, baci e lingua sui peli e dentro, la penetrazione; nient’altro; avevo troppo rispetto per lei: era la mia mamma! Una vicenda certo non frequente, ma vera; all’interno delle famiglie ne avvengono di atti che uniscono persone giovani che si vogliono anche bene; ma quando il maschio ha le vescichette seminali piene, se si è soli con una bella donna è inevitabile. Invece una totale indifferenza, freddezza, anzi una ripugnanza viscerale, mi prende al pensiero delle mie figlie. Al mare quando mia madre si metteva in costume da bagno io dovevo scappare a mettermi sotto le docce fredde per nascondere quella che per gli altri sarebbe stata una vergognosa eccitazione, per di più con un membro grande e visibilissimo a distanza, mio padre magari presente.

    Il giorno dopo la prima nostra notte d’amore mi alzai dopo mezzogiorno, abbastanza frastornato per quanto era successo, stanco, ma felice. Quando si ha un  rapporto così prolungato con quella che ti piace così tanto si arriva veramente alla pienezza dei sensi. E poi pensavo che ci sarebbero state altre notti, eravamo soli, il lettone era così vicino. C’era il problema della scuola, ma per un paio di giorni non ci pensai. Mia madre la trovai in vestaglietta; entrò tranquillamente nel bagno con me; si mise persino a fare pipì nel water davanti a me e stette a guardarmi mentre io facevo altrettanto, mandandomi in erezione. Mi aiutò a lavarmi; mi lavò la schiena; il resto volli lavarmelo io per pudore(che apprezzava e me lo diceva spesso). Lei aveva fatto un bagno; era freschissima. Mi aveva preparato una leggera colazione perché poi avremmo pranzato. Mio padre sarebbe forse venuto nel pomeriggio, ma non venne, perché era domenica, ricordo. Venne vicina a me mentre prendevo il thè, mi accarezzò i capelli; io la presi per la vita e la baciai delicatamente. L’ho accennato più volte; questa è si una storia di sesso, ma è soprattutto una storia d’amore.

    Mia madre aveva tante belle qualità innate; non era particolarmente colta, ma era distinta, non le ho mai sentito dire una brutta parola. Soltanto una volta, non ricordo perché, volle difendersi affermando recisamente che lei non era una puttana e che non voleva lasciare questo ricordo.  Il sesso è venuto per la particolare situazione di solitudine in cui ci trovavamo e dalle mie vescichette seminali che “dovevano” alleggerirsi del loro contenuto troppo spesso. E lei lo sapeva. Vicina a me, il seno sul mio viso mormorò: “il mio bambino grande! Non lo dirai mai a nessuno vero? Non dirai ai tuoi amici che hai un’amante? Non lo deve sapere nessuno. Sarà il nostro segreto. Se tu vorrai ancora io sono qui”. Fatta colazione, mi diede dei consigli pratici, abbastanza spicci; probabilmente si vergognava E così fu.. Lei era ancora giovane, c’erano dei pericoli; sarebbe stato molto brutto con la nonna, con i parenti, con il babbo. Insomma per gran parte del mese dovevamo ricorrere al profilattico. Dopo pranzo dormimmo e anche la sera nel letto ci dicemmo “buonanotte”, un  piccolo bacio e spegnemmo la luce,  da coniugi oramai navigati.

    Il trambusto dei giorni precedenti quando mamma rifiutava l’incesto, non era rimasto una cosa tra noi; nel silenzio della notte ci sentivano. Infatti qualche volta mia madre alzava la voce ribellandosi anche vivacemente con le frasi ricorrenti: “spero mi lascerai dormire”, oppure “ma sei impazzito?”, oppure ancora “ma chiedi ai tuoi amici se fanno queste cose con le loro mamme!”. Io un paio di volte a questa avevo replicato sfacciatamente: “ma loro (i mei amici) non hanno una mamma giovane e bella come l’ho io!”(era verissimo). Con questa risposta credo di avere vinto. Dopo tutto il mio membro in una notte non troppo lontana l’aveva già provato all’interno del suo corpo, con tutto il guaio che ne era venuto; quindi che “pazzia”, che moralità con quello che c’era stato in tutti quegli anni, tutti quegli orgasmi di cui era perfettamente al corrente. Tra l’altro, i mei indumenti intimi, i miei fazzoletti li lavava lei. Era lei la mia donna, evidente, poi io le piacevo, la notte mi aveva esplorato più volte ne sono sicuro. Quasi dormendo, una notte mi sussurrò: “domani, se non viene il babbo, quando torno dall’ufficio”. Ma il giorno dopo dovemmo in parte cambiare programma perché nel primo pomeriggio venne mia cugina, col pancione del secondo e il primo in braccio a chiedere un aiuto di soldi, e a spiarci, lo seppi dopo, aveva intuito quello che succedeva da noi. Pensare che io dalla mattina contavo persino i secondi! Dopo cena il grande, grandissimo evento; ripeto un sogno!

    Alcuni giorni dopo salivo le scale per raggiungere il nostro terzo piano. Davanti a me camminava la giovane, prosperosa signora, ferrarese (che è tutto dire), che abitava sotto di noi in un appartamentino simile al nostro. Una bella donna che la sapeva lunga; se la faceva, forse però non colpevolmente con un paio di giovanotti della nostra palazzina con il consenso, sembrava, del marito, un bonaccione, anche lui ferrarese, grande lavoratore. Secondo me erano tutt’e due delle bravissime persone, soprattutto buone. Con noi grande rispetto e anche simpatia per motivi regionali. Giunta davanti alla porta di casa sua si voltò verso di me e sorridendo mi bisbigliò: “ma, signor Ulisse, lei cosa fa di notte alla sua bella mamma?”. Rimasi a bocca aperta. Non sapevo allora che le case moderne hanno pochissimi mattoni.che i pavimenti  sono sottili ed elastici, per economia. Io e mia madre eravamo dei gran chiacchieroni, a voce alta, mentre i nostri vicini non parlavano mai; per questo pensavamo di stare tranquilli in casa e di non avere ascoltatori sopra e sotto. Ma lei soggiunse: “stia tranquillo, sono io ad avere il sonno leggero; mio marito spesso non c’è e comunque dorme della grossa. Anche le bambine. La case moderne sono fatte così, si sente tutto. La sua mamma è troppo bella e lei è un bel giovanotto, però è troppo magro in questi tempi, sta male? Quanti anni ha?”. Lo credo bene con tre orgasmi per notte; i miei compagni di scuola mi canzonavano, facendo il gestaccio della sega. Un conoscente che frequentava me e i miei amici mi fece capire che intuiva le vere ragioni delle mie occhiaia livide e della magrezza. Una volta si mise a parlare davanti a tutti dei mostri che nascono dagli incesti tra madre e figlio. Quando la signora ferrarese mi riparlò mi disse che era rimasta molto meravigliata dei  miei 18 anni, seppure già compiuti. Me ne dava almeno 24, come tutti dove abitavamo, credendo fossimo una coppia. A mia madre davano 28/30 anni. Quando mi sentivano dire” mamma” pensavano che mi rivolgessi ad una anziana donna che viveva sopra di noi. Un’altra signora che avevo conosciuto, un giorno, incontrandomi con mamma, pensò che fosse la mia fidanzata, e poi me lo disse; così una ragazza con cui avevo un po’ di confidenza mi fece scherzosamente i complimenti per la mia bella ragazza! A scuola dopo che mia madre era venuta a giustificarmi, le mie compagne mi vennero intorno a chiedermi chi era quella bella ragazza, la mia fidanzata? In una gita che facemmo a Mondragone vicino a Frascati un pomeriggio i carabinieri vennero a dirci che lì dove eravamo “non si pomiciava”; mia madre chiarì tutto ridendo: “sono la mamma”. Avessero visto quello che avevamo fatto nel bosco! Mia madre era al terzo mese di gravidanza e si preparava all’aborto.

    Prima di tutto questo il tempo passava inesorabilmente, e io, pensandoci giorno e notte, mi arrovellavo il cervello su come potevo averla nel letto tutta per me. Le mie fantasie erotiche erano ricorrenti ,violentemente incestuose. La volevo, la desideravo in modo pazzesco, ho sfiorato la masturbazione. Andai in una casa di tolleranza, ma ne fuggii vedendo quei mostri di donne. Fantasticavo di sorprenderla nel sonno, di metterle un sonnifero la sera nella cena e poi l’idea pazza, ricorrente, di metterla incinta in un letto con me sopra, nella posizione da me preferita con gli occhi negli occhi. Vivere da solo con una donna così bella e non farci niente; farci sesso e non poterle entrare nel corpo. Questa si era pazzia. Ci riuscii alla fine, ma quanti anni perduti. Certo l’amplesso a gambe aperte, capii in seguito, poteva realizzarsi con la violenza abbastanza facilmente; bastava coglierla nel sonno come si legge nei romanzi. Da dietro non mi piaceva, troppo animalesco; sapeva di “monta”. Se qualcuno mi avesse consigliato!

    Arrivò a Roma per una pratica di indennizzo la cugina ninfomane. Seduti in un bar all’aperto ci parlò con grande disinvoltura, ad alta voce, ridendo, del fratello-stallone delle mie donne. Venuto in licenza, aveva fatto andare in bicicletta con lui al fiume lei e la “zietta” in una spiaggetta molto nascosta tra la vegetazione. Mentre faceva il bagno loro due, che non avevano il costume, frugarono nei suoi calzoncini corti e vi trovarono una bella scorta di preservativi e ridendo gliela mostrarono. Tornò subito a riva; si mise accanto alla sorella, ora diciassettenne, e le aprì la camicetta tirandole fuori le abbondanti poppe. Si attaccò ai capezzoli e, davanti a lei, 14 anni, tirò fuori il grande membro in piena erezione, che lei toccò, durissimo. Andò via con la “zietta” in mezzo alla vegetazione, lasciandola sola. Dopo più di un’ora andò a cercarli; lui le stava sopra, completamente nudi nonostante le zanzare. Poi si staccarono. Mia zia si mise a passare un fazzoletto sulla vagina, ma era dispiaciuta di essere stata vista e aveva un’aria preoccupata; lui l’aveva quasi violentata non usando alcuna precauzione. Così ci raccontò la cugina ninfomane, testimone attendibile.  Successivamente a questi fatti narrati, almeno cronologicamente (altri uomini non ne ricordo), le due sorelle rimasero incinte, ne sono certo; lo seppi da vie traverse e non dubito per quello che successe poi. Andò a procurare loro l’aborto un medico abbastanza malfamato. Allora la penicillina non era ancora diffusa e tutt’e due rischiarono grosso. Mia madre fu prossima a morirne, mia zia rimase irrimediabilmente sorda. Altro che pleurite, me lo rivelò un’altra loro cugina, per vendetta sapendo di quanto male si diceva sul suo conto; ma giustamente: era la madre della ninfomane. Questa faceva il bagno al figlio quindicenne e andava in giro vantandone la dotazione genitale.  Con gli aborti giovanili di mia madre ho corso il rischio di partire anch’io per la “fabbrica degli angeli”, mia nonna non mi voleva e sollecitava la figlia a “buttarmi via”. Secondo me non credeva neppure che io fossi il figlio del “meridionale”. Ma almeno di questo sono certo, non sono figlio di mio nonno!

    Un giorno mia madre, oramai in declino (ma intorno alla cinquantina sperava ancora di avere qualcosa da me), mi disse, quando venne allo scoperto la tresca con la mia ex-cuginetta, diventata florida sposa, innamorata tuttavia da sempre di me e mia prima amante a sei anni(!), e ora incinta di me: “fatti contro natura, è il vizio di noi Bonacolsi”. Io replicai: “è mia cugina, non è mia sorella; i cugini possono anche sposarsi”. E lei: “che brutte cose abbiamo fatto, lo sapesse il babbo…”, che però le sapeva, indimenticabili per me i suoi baci con la punta della lingua e la saliva. Era venuto il tempo dei rimorsi, che io non ho mai avuto. Morì in pace con la Chiesa, non so con la coscienza… Mio padre fu prezioso allora con la sua abilità e credibilità a stornare ogni sospetto dalla testa balzana del marito di mia cugina; questo se avesse visto, lui piccoletto e biondastro, provvisto di un malfatto pisellino (ma in quattro anni di fidanzamento cosa avevano fatto?), trovarsi regalato dalla moglie un bambolotto di quattro chili, moro, ci avrebbe uccisi tutti e tre.

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      Idea insaponata

      Erano ormai diversi mesi che io e la mia compagna vivevamo insieme, in un piccolo appartamento al centro. Avevamo scelto quell’appartamento per una cosa sola, la bellissima doccia che aveva nel bagno. Era molto grossa, occupava meta’ del bagno e nel suo interno, direttamente collegato al muro, una sorta di piccola panchina, dove potersi sedere.
      Stare sotto l’acqua calda, seduti, mentre la mia compagna mi faceva i pompini era un’esperienza bellissima e per questo, cercavo sempre di convincere la mia ragazza di fare la doccia con me. Ricordo che una volta, lei aveva suggerito di fare un qualcosa di diverso, visto che fare il pompino nella doccia stava cominciando ad essere monotono per lei. Mi aveva fatto sedere sulla panchina e si era inginocchiata tra le mie gambe aperte, con il mio cazzo duro e dritto davanti alla sua faccia. Lei mi sorrideva come una maliziosa sgualdrina, mentre acqua bollente, cadeva sulla mia schiena. Mentre mi guardava si stava insaponando le mani, con il suo bagnoschiuma preferito. Impugno’ il mio cazzo duro, con la mano piena di sapone e la faceva scivolare su e giu’. Era un’emozione nuova ed eccitante, il leggero tocco della sua mano che saliva e che scendeva sul mio cazzo, insaponandolo per bene, mentre mi faceva una sega sensuale. Lei gemeva e mi guardava, facendomi eccitare ancora di piu’, mentre sentivo il mio cazzo sempre piu’ duro nella sua mano. Un suo dito comincio’ a girare sopra la punta della mia cappella, punto per me molto sensibile, facendomi tremare e gemere a voce alta. L’acqua bollente mi faceva sentire sempre piu’ calore, mentre sentivo il mio cazzo, che veniva masturbato in un modo nuovo e gentile. Lei mi guardava fissa negli occhi, mentre con l’altra mano, si strofinava la figa umida. Aveva le gambe aperte, in una posizione da puttana vogliosa. Ogni tanto si mordeva il labbro, mentre mi strizzava la cappella con energia, facendomi tremare, consapevole che quel punto, era per me molto sensibile. Sentivo anche il mio respiro diventare sempre piu’ profondo e i miei muscoli diventare sempre piu’ rigidi. Sentendo il mio cazzo che si gonfiava nella sua mano insaponata, aveva cominciato a muovere la sua mano velocemente sul mio cazzo, facendola salire e scendere con energia e velocita’.
      Era stata una mossa inaspettata e sentivo che il mio orgasmo stava per esplodere, quando sentivo tutto il mio corpo diventare rigido mentre dalla mia cappella cominciava a schizzare calda sborra. Lei continuava a masturbarmi velocemente, mentre il mio cazzo pulsava nella sua mano. Non si fermava e mi faceva tremare e dimenare, specie quando la sua mano impugnava la mia cappella sensibile, ogni volta che saliva su. Tremavo, gemevo e mi dimenavo, prigioniero del suo pugno insaponato che mi strizzava la cappella, mentre lei mi sorrideva in modo malizioso, fino a quando il mio cazzo era tutto moscio e arrossato. Una volta ammosciato, lei aveva posato le sue labbra sulla mia cappella e aveva cominciato a succhiare con energia la cappella umida e sensibile, regalandomi diverse emozioni, sorridendo, mentre vedeva il mio corpo che aveva ripreso a tremare sotto la sua volonta´. Da quel momento, passavamo diverse ore sotto la doccia e il nostro rapporto, aveva trovato un nuovo modo per infiammarsi, avevamo trovato un nuovo modo di fare la doccia, un motivo in piu’, per amare quella doccia.

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